Abbazia di San Pietro in Val di Rasina

Comune: Valfabbrica
Edifici religiosi: Abbazie, eremi, monasteri

L’Abbazia di San Pietro in Val di Rasina, oggi situata nel territorio comunale di Valfabbrica, affonda le sue origini nell’anno 1006, quando il conte Radulfo (o un discendente di Monaldo II, secondo un’altra tradizione documentaria) fondò un monastero destinato a una comunità femminile benedettina. Alla guida del nuovo insediamento fu posta Armengarda, figlia del fondatore, che resse la comunità e fu sepolta all’interno del complesso.  
 

Abbazia di San Pietro in Val di Rasina
Abbazia di San Pietro in Val di Rasina 

Il monastero sorse in una valle stretta e boscosa, nel punto in cui i torrenti Rasina e Arone si incontrano. Oggi il corso del Rasina segna il confine amministrativo tra Valfabbrica e Gualdo Tadino: la chiesa abbaziale ricade nel primo comune, mentre l’abitato di Badia Val di Rasina appartiene al secondo.  

In età medievale l’area costituiva un settore di frontiera del territorio perugino, presidiato da una rete di castelli – tra cui Frecco, Collemincio e Compresseto – sorti a difesa della zona di Tadinum dopo le devastazioni del 996.  
La comunità femminile rimase attiva per circa un secolo. Intorno al 1200 il monastero passò ai Benedettini maschi, come confermato da una bolla di Niccolò IV del 1291, indirizzata all’abate e non più a una badessa.  Nel 1333 l’abbazia risulta registrata tra gli enti che versarono il censo imposto da Giovanni XXII, segno della sua piena operatività economica.  

Dal XIV secolo la documentazione si dirada e il monastero entra in una fase di progressivo indebolimento. Nella prima metà del Quattrocento, con la morte dell’ultimo abate Giacomo Altavalle, la comunità monastica si estinse. Nel 1435 l’abbazia fu concessa in commenda a Cristoforo di Berto Boscari, monaco di Sassovivo e futuro vescovo di Foligno.  
Nei secoli successivi la commenda passò a numerosi ecclesiastici e nobili – tra cui il cardinale Antonio Del Monte, Orazio Ranieri, Orazio Giustiniani, Ludovico Pico e il conte Ercole Oddi – che contribuirono al progressivo impoverimento del patrimonio fondiario, un tempo molto esteso e produttivo.  

Accanto alla chiesa si eleva una torre quadrangolare in pietra arenaria, già fortilizio di confine del Comune di Perugia. Nel 1496 i magistrati perugini ne affidarono la custodia a Feliziano di Costantino da Gualdo, con l’obbligo di non cederla senza autorizzazione cittadina e dell’abate commendatario.  Dopo le soppressioni post-unitarie, la chiesa e le terre circostanti passarono ai Conti Olivieri di Fabriano, che trasformarono l’edificio sacro in stalla. 
Nel 1882 la proprietà fu acquistata dalla famiglia Bucci di Ancona, che ricostruì la chiesa sulle antiche fondazioni e la riaprì al culto nel 1897.  
Alla fine del Novecento, con l’intervento della famiglia Freddi di Roma, l’area fu oggetto di un ampio recupero: attorno alla chiesa è sorto un complesso ricettivo denominato “Le Terre nel Verde”, articolato in castelli, casali e dimore rurali immersi in oltre 420 ettari di colline, boschi e corsi d’acqua.  


All’interno della chiesa si trovano due tele provenienti dalla vicina chiesa di Sant’Anna in Frecco, un tempo dipendenza dell’abbazia:

  • una Crocifissione di Cristo, commissionata tra il 1591 e il 1633 da un abate commendatario della famiglia Signorelli, riconoscibile dallo stemma e dalla dicitura Abbas Signorellus; 
  • una tela tardo-cinquecentesca raffigurante Sant’Anna con la Vergine adolescente.  

Del complesso monastico medievale non rimane alcuna struttura originaria. La chiesa, ricostruita nell’Ottocento, è oggi parte integrante del contesto turistico-ricettivo che circonda l’antico sito1.  

Fonti e note

  1. 1

    Farnedi, G., Togni, N., Monasteri benedettini in Umbria: alle radici del paesaggio umbro. Regione Umbria: Cesena : Centro Storico Benedettino Italiano, 2014. pp. 274-276. Guarino, F., Melelli, A., Abbazie benedettine in Umbria, Perugia. Quattroemme. 2008, p. 82.

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