Gonfaloni nelle chiese, nei musei e nelle pinacoteche dell'Umbria
I gonfaloni si diffusero come stendardi da portare nelle processioni penitenziali indette per scongiurare calamità naturali o pestilenze soprattutto nel corso del XV secolo.
I beni demo-etno-antropologici (DEA) rappresentano una categoria specifica all'interno del patrimonio culturale, attraverso la quale un gruppo sociale esprime la propria identità. Questi beni racchiudono le tracce simboliche e 'identitarie' del vissuto antropologico di una comunità.
L'espressione "beni demo-etno-antropologici" è stata introdotta formalmente nel panorama dei beni culturali italiani nel 1998, con l’istituzione del Ministero per i Beni e le Attività culturali, ed è stata successivamente consolidata nel Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004.
Sebbene il termine sia recente, la tutela di questa tipologia di beni era già prevista nell’ordinamento italiano. La Legge 1089 del 1° giugno 1939 fu la prima a includere, tra le 'cose' sottoposte alla tutela dello Stato, anche quelle che presentavano un "interesse etnografico". Tale riferimento ai 'beni etnografici' sanciva a livello giuridico un valore che le scienze antropologiche attribuivano da tempo ai prodotti, sia materiali che immateriali, delle culture tradizionali o 'altre'.
Il riconoscimento giuridico di tali beni rifletteva l'attività di importanti istituzioni museali dedicate alla raccolta di tradizioni etniche e folkloriche, tra cui:
I beni DEA rientrano nella sfera antropologica e si legano a manufatti dell’arte popolare e della cultura materiale. Essi costituiscono manifestazioni culturali che hanno un senso di appartenenza collettiva.
L'ambito dei beni DEA è ampio e include:
Il complesso raggruppamento disciplinare denominato demo-etno-antropologico (DEA) si articola in tre ambiti, ciascuno con specifiche specializzazioni di interesse:
Questa distinzione è utile nella gestione dei beni culturali per circostanziare la diversa natura delle realtà etnografiche che compongono la sfera antropologica, nonostante i musei possano avere denominazioni variabili (antropologia, etnografia, folklore) a seconda delle tradizioni scientifiche nazionali. Tali discipline si sono storicamente focalizzate sull’alterità storica (il mondo rurale e popolare opposto a quello urbano e 'culto') e sull’alterità geografica (le culture 'altre' rispetto a quella occidentale).
Lo statuto dei beni demoetnoantropologici è connesso al concetto antropologico di cultura, inteso come l’insieme delle conoscenze, credenze, arti, morali, diritti e abitudini acquisite dall’uomo in quanto membro di una società.
L’idea di museo etnografico si è evoluta, superando una concezione statica delle culture in favore di una visione dinamica. Il patrimonio etnografico è oggi considerato un “paesaggio” complesso, dove gli oggetti sono legati all'ambiente e alla società, derivando da significati antropologici stratificati.
La ricerca valorizza la globalità di questo patrimonio, inclusi gli aspetti culturali che sono "vivi" e in continua evoluzione. Il contesto (territorio, ambiente, spazio sociale, simbolico o museale) è fondamentale per l'interpretazione del bene. La natura dei beni DEA è intrinsecamente legata al rapporto tra produttori e fruitori, in una rete di relazioni sociali e simboliche.
La tutela e la valorizzazione di tali beni richiedono, pertanto, la rappresentazione dei contesti di origine, riconoscendo che il bene è parte di una realtà dinamica influenzata da fattori storici e sociali, compresi fenomeni di revivalismo o l'“invenzione” di tradizioni locali spesso connesse al turismo.
I gonfaloni si diffusero come stendardi da portare nelle processioni penitenziali indette per scongiurare calamità naturali o pestilenze soprattutto nel corso del XV secolo.