L'Abbazia di Santa Maria in Canale si colloca a nord di Amelia, esattamente sulla linea di confine fra i comuni di Amelia e di Montecastrilli1, sul margine sud‑occidentale di un altopiano, a circa 170 metri da un affluente del Rio Grande, sia nella mappa del catasto Gregoriano che in quella attuale, tutto il complesso è denominato "S. Maria in Canale"2
La presenza di una comunità benedettina femminile è attestata sin dall’inizio del XIII secolo. Il monastero sorse accanto a una chiesa di rito greco, edificata sui resti di un tempio etrusco‑italico del III secolo a.C. Lo storico Girolamo Girotti, nel XIX secolo, menzionò per la prima volta tale struttura, descrivendola come un edificio a tre navate inglobato in un tenimento rustico. La planimetria del nuovo complesso rispettò la tripartizione originaria del tempio, sostituendo al pronao la chiesa monastica. La dipendenza da San Paolo fuori le mura a Roma è documentata già nel 1219. Nel 1261 papa Alessandro IV emanò una bolla che pose il monastero sotto la protezione della sede apostolica, confermandone beni e privilegi e sottoponendolo alla giurisdizione del vescovo di Amelia.
Per un periodo le religiose adottarono la Regola delle Damianite, ma nel 1263, con la promulgazione della Regola per le Clarisse da parte di Urbano IV, tornarono all’osservanza benedettina. Nel 1272 la comunità, composta da otto monache guidate dalla badessa Giovanna, concesse in enfiteusi alcune terre a Vallattano. Nello stesso anno il vescovo Bartolomeo da Benevento incoraggiò i fedeli a sostenere la fabbrica del monastero, promettendo indulgenze tra i venti e i quaranta giorni. Successivamente, nel 1286, papa Onorio IV esentò le religiose dal pagamento delle decime e del subsidium regni Siciliae; l’anno seguente dieci vescovi concessero ulteriori indulgenze alla chiesa. Nel 1289 il procuratore del monastero era frate Francesco da Todi. Le difficoltà economiche e le guerre portarono, nel 1399, alla richiesta di unione con il monastero di San Magno di Amelia, probabilmente senza esito. Nel 1426, a seguito del crollo di gran parte degli edifici, papa Martino V, su proposta del vescovo Filippo Ventorelli, dispose il trasferimento delle monache a San Magno, garantendo loro i redditi provenienti dai beni di Canale.
Oggi i resti del monastero e del tempio etrusco‑italico risultano inglobati in una casa colonica, affiancata da una grande stalla e da locali adibiti a rimessa agricola e magazzini. Uno di questi ambienti corrisponde all’antica chiesa di rito greco, della quale si conserva l’altare. Sopra la porta è visibile una lapide che ricorda i lavori di restauro e abbellimento eseguiti nel 1625 dal vescovo Domenico Pico3, in occasione del Giubileo, con interventi su pavimentazione, atrio e decorazioni, oltre all’aggiunta del sacrario.4
Fonti e note
- 1
Nella cartografia catastale moderna è registrato nel Comune di Amelia, mentre le mappe IGM lo collocano entro i limiti di Montecastrilli
- 2
"Il toponimo «Canale» che designava anche il Castello (Castello di Canale). oggi distrutto. dislocato a 15 km a N di Amelia e a S di Castel dell'Aquila, deriva dallo stemma dei Chiaravalle. che ne erano signori. raffigurante un cane alato in campo rosso", Barresi, Paolo - Monacchi, Daniela, Il tempio etrusco-italico di S. Maria in Canale fra l'agro amerino e quello tuderte, in «Archeologia Classica», 54(2003), pp. 159-196.
- 3
DOMINICUS PICUS EPISCOPUS AMERINUS / TEMPLUM HOC GRAECO IAM EX RITU CONSTRUCWM / AMPLIORI IANUA FENESTRA INCRUSTATIONE PAVIMENTO / ATRIOQUE ORNAVIT SACRARIUM ADDIDIT ET IN / HANC FORMAM REDEGIT ANNO IUBILAEI MDCXXV.
- 4
Guarino, Francesco - Melelli, Alberto, Abbazie benedettine in Umbria, fotografie di Bernardino Sperandio, Perugia, Quattroemme, 2008, p. 191.
Farnedi, G., Togni, N. (2014). Monasteri benedettini in Umbria: alle radici del paesaggio umbro. Regione Umbria: Cesena : Centro Storico Benedettino Italiano, 2014. pp. 291-293.