Abbazia di Santi Severo e Martirio

Comune: Orvieto
Architettura secondo il periodo: Architettura romanica
Edifici religiosi: Abbazie, eremi, monasteri

L’Abbazia dei Santi Severo e Martirio, comunemente denominata “la Badia”, si trova a sud di Orvieto, lungo la strada che conduce a Porano, in un contesto agricolo ai piedi della Rupe. La posizione, esterna rispetto al centro urbano ma visivamente collegata alla città, contribuisce a definire il ruolo storico del complesso nel territorio orvietano.  

Abbazia dei Santi Severo e Martirio
Abbazia dei Santi Severo e Martirio

Le origini dell’abbazia risalgono all’alto medioevo e si intrecciano con la tradizione agiografica relativa a San Salvatore. Secondo tale tradizione, la fondazione del complesso sarebbe legata alla figura della nobildonna longobarda Rotruda, che avrebbe promosso la costruzione dell’abbazia in relazione alla sepoltura del santo1. A questa dedicazione si affiancò in seguito quella a san Martirio, consolidando la titolazione ancora oggi in uso2. L’esistenza di una chiesa precedente è confermata dalla presenza di elementi architettonici e frammenti scultorei di epoca altomedievale inglobati nelle strutture attuali.  

La prima chiesa benedettina fu costruita intorno alla metà del secolo XI e fu consacrata nel 1054 dal vescovo di Orvieto, Teuzone (1054-1059 circa), durante il governo dell' abate Giovanni, come indica l'iscrizione apposta sul paliotto dell' altare maggiore, ora conservata al Museo dell'Opera del Duomo di Orvieto: TEUZO EPISCOPUS DEDICAVIT HOC ALTARE SACRISSIMUM: IOHANNES ABBAS CUM FRATRIBUS. 
Nel corso del XII secolo l’istituzione fu arricchita di beni e privilegi, mentre nello stesso periodo venne realizzato il campanile a pianta poligonale (1103), per volontà della contessa Matilde di Canossa, destinato a diventare uno degli elementi più riconoscibili dell’abbazia nel paesaggio circostante.  

Per molti secoli il complesso appartenne ai benedettini, che ne ebbero il possesso fino all’espulsione decretata da papa Onorio III nel XIII secolo, a seguito di una ribellione contro il vescovo di Orvieto. In loro luogo furono insediati i canonici regolari premostratensi, seguaci di Norberto di Xanten, che all'inizio del secolo XIII tentavano di consolidare la loro presenza in Italia e in 
Umbria, dove possedevano già il monastero di San Leucio a Todi. Essi trasformarono profondamente la struttura: al nucleo originario, costituito da chiesa, monastero e torre campanaria poligonale, aggiunsero un grande refettorio, il chiostro e l’aula capitolare, organizzando il complesso intorno a due diversi cortili. 

Nel XV secolo l’abbazia passò agli Olivetani, ma questa fase fu di breve durata. Successivamente il complesso fu concesso in commenda e conobbe un progressivo declino, fino all’abbandono delle funzioni monastiche e alla perdita della sua centralità religiosa. Nei secoli successivi alcune strutture furono adattate ad usi agricoli, mentre solo in età moderna e contemporanea furono intrapresi interventi di recupero e restauro.  

Dal punto di vista architettonico, l’abbazia si presenta come un insieme articolato di edifici realizzati in tufo e organizzati attorno a due chiostri. Le diverse fasi costruttive sono chiaramente leggibili: alla fase romanico-longobarda risalgono la chiesa e la torre, mentre gli ampliamenti del XIII secolo sono riconducibili alla presenza premostratense. Le strutture successive testimoniano ulteriori trasformazioni che si sono protratte fino all’età tardo-medievale.

La chiesa, nella forma che oggi si osserva, risale in larga parte al XII secolo, pur conservando tracce della fase più antica. L’edificio presenta una navata unica coperta da volte a vela impostate su arconi trasversali, realizzate nel XIV secolo, e un ingresso organizzato su due livelli: il piano superiore, destinato al coro, e quello inferiore, adibito a vestibolo e separato dal resto dell’aula da un portale ogivale. Di particolare pregio è la pavimentazione cosmatesca, appartenente alla prima fase costruttiva della chiesa, e l’altare in pietra, sotto la cui mensa sono inseriti due bassorilievi di epoca romana, riutilizzati come paliotto. Sul retro, in alto, si apre una piccola absidiola che consente di affacciarsi sulla navata: da questo ambiente sopraelevato l’abate poteva assistere alle funzioni. Si tratta di una soluzione architettonica rara ma non isolata nel territorio orvietano, documentata anche nelle chiese di Santo Stefano e Santa Mustiola a Orvieto e in quella di San Bartolomeo a Morrano.

Accanto all’ingresso del complesso si trova l’ampia sala nota come Oratorio del Crocifisso, identificata dagli studiosi con l’antico refettorio. L’ambiente conserva un importante ciclo di affreschi del XIII secolo, tra cui spicca la grande raffigurazione del Crocifisso circondato dai santi Maria Maddalena, Agostino, Severo, Giovanni, Elisabetta, Battista e Martirio, dell’ultimo quarto del XIII secolo. In un oratorio attiguo è inoltre presente un affresco con la Madonna col Bambino in trono tra i santi Agostino e Severo, attribuito a un anonimo pittore attivo a Orvieto nella seconda metà del Duecento, riconducibile a un ambito culturale umbro‑romano.

Elemento distintivo dell’abbazia è, come detto, la torre campanaria dodecagonale, costruita nella prima metà del XII secolo e successivamente sopraelevata con un ulteriore ordine di aperture e un coronamento merlato. La parte inferiore è scandita da bifore, mentre in età successiva fu aggiunto un ordine di monofore; la campana principale, per la dolcezza del suono, è ricordata con il nome di “Viola”.

Oggi la Badia è di proprietà privata ed è stata trasformata in una struttura ricettiva di alto livello. Una parte degli edifici è destinata ai servizi per gli ospiti, mentre altri ambienti, tra cui la torre e diverse porzioni del complesso medievale3.

Fonti e note

  1. 1

    "La Passio sancti Severi trasmessa dal Codex Urbevetanus del secolo XII, ora conservato nell' Archivio della diocesi orvietana, narra che la nobile Rotruda andò incontro al carro che lungo la Valle Interocrina portava il corpo del presbitero Severo, martirizzato presso Antrodoco (Rieti). Secondo un topos agiografico ben noto, Rotruda fu attratta dal corpo del martire e, quando l'ebbe toccato, non riuscì a ritirare la mano finché non ebbe espresso il voto di donare la chiesa di San Salvatore per la sepoltura del Santo." Farnedi, G., Togni, N., Monasteri benedettini in Umbria: alle radici del paesaggio umbro. Regione Umbria: Cesena : Centro Storico Benedettino Italiano, 2014. pp. 328.

  2. 2

    "secondo Mario Sensi, invece, il secondo titolo dell'abbazia sarebbe dovuto alla corruzione del termine "martire" attribuito a san Severo." Ibidem

  3. 3

    Farnedi, G., Togni, N., Monasteri benedettini in Umbria: alle radici del paesaggio umbro. Regione Umbria: Cesena : Centro Storico Benedettino Italiano, 2014. pp. 328-332.
    Sperandio, B., Chiese romaniche in Umbria. Perugia: Quattroemme. 2001. pp.399-400.

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