L'abbazia di Santo Stefano di Manciano si trova a nord di Trevi, sul versante settentrionale della montagna di Matigge, in una posizione isolata e distante dai centri abitati più vicini.
L'origine del monastero è incerta, con riferimenti storici che risalgono al secolo XI e che vengono attribuiti a fonti come lo Iacobilli. La comunità religiosa originaria era di tipo benedettino, con una presenza attestata fino al periodo circa del 1320. Successivamente, dal 1320 al 1595, il monastero fu gestito da un clero diocesano. La struttura monastica ha cessato di essere attiva, e non esiste più alcuna comunità religiosa presente sul sito.
La testimonianza più antica del monastero risale al 1295, indicando un'importanza storica e culturale consolidata nel periodo medioevale. Il complesso si sviluppa in un'area extraurbana, distante dai centri abitati e immersa in un ambiente naturale caratterizzato da una fitta vegetazione boschiva, , vicino al fosso del Rio, che delimita il confine tra i comuni di Trevi e Foligno.
Agli inizi del Quattrocento, la chiesa era ancora officiata in qualità di pieve. Tuttavia, il suo stato di grave abbandono rese necessario un intervento di restauro parziale, eseguito nel 1429 per iniziativa della Mensa vescovile di Spoleto. Nonostante ciò, il degrado continuò ad aggravarsi, tanto che nel 1571, durante la visita pastorale del vescovo di Gaeta, Pietro De Lunel, l’edificio fu descritto come fortemente compromesso: privo di pavimentazione, con la cripta trasformata in sepolcreto. Il prelato dispose la chiusura di due ingressi e della catacomba situata sotto l’altare.
Nel 1612, un fulmine colpì e distrusse il campanile, evento che segnò l’inizio di un lungo periodo di abbandono, accentuato dalla costruzione della nuova parrocchiale nel centro del paese. Oggi, il complesso è ridotto allo stato di rudere, in completo stato di abbandono, con l'accesso al sito ostacolato dalla vegetazione densa che ricopre l'intero territorio. Dell’antica chiesa si vedono le mura perimetrali, l’abside semicircolare, le tracce del presbiterio rialzato e la cripta sottostante, caratterizzata da una sala unica a pianta quadrata. La navata originaria, stretta e allungata, fu successivamente ampliata, presumibilmente nel corso del XIII secolo, mediante la demolizione del muro destro e la realizzazione di due portali d’ingresso sulla facciata, oggi non più esistenti.1
Il luogo, abbandonato e immerso nella vegetazione, ha acquisito un'atmosfera suggestiva che ha alimentato nel tempo numerose leggende. Si narra che i monaci che abitavano nel monastero fossero estremamente ricchi, possedendo grandi quantità d'argento donato dal cielo. Questa ricchezza avrebbe permesso loro di ferrare i cavalli con ferri d'argento e di ornare staffe e finimenti con fibbie dello stesso metallo prezioso. I cavalli così bardati si sarebbero presentati come quasi magici: scintillanti di giorno e eterei di notte. Avrebbero acquisito una fama di invincibilità, tanto che un lupo, cercando di attaccarne uno, si sarebbe ritrovato a fuggire di fronte all'animale che, con coraggio e sicurezza, avrebbe raggiunto la vicina Matigge. La ricchezza dei monaci, seppur mai verificata, è associata a un tesoro mai trovato e ancora ben nascosto tra le rovine del monastero. Il tesoro sarebbe composto da monili e gioielli, alcuni dei quali potrebbero essere considerati di natura magica.
Un'altra leggenda è quella della "maledizione delle pietre benedette", secondo la quale le pietre della chiesa porterebbero sfortuna se utilizzate per altre costruzioni; in particolare provocherebbero la morte degli animali delle stalle edificate con queste pietre. Forse per questa ragione, diversamente da quanto accaduto per gli edifici del monastero, le mura della chiesa non sono state depredate per ricavarne materiale da costruzione.2
Il sito, oggi in stato di abbandono, rappresenta un esempio di edificio religioso medioevale che ha subito un declino significativo nel tempo.
Fonti e note
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Sperandio, Bernardino, Chiese romaniche in Umbria, introduzione di Bruno Toscano, fotografie di Bernardino Sperandio, Perugia, Quattroemme, 2001, pp. 132-133.
Casagrande, Giovanna, Monaci e Ordini Mendicanti nell'Umbria del secolo XIII, in L'Umbria nel XlII secolo, a cura di Enrico Menestò, Spoleto, CISAM, 2011 (Uomini e mondi medievali, 30), p. 49.
Farnedi, Giustino, Nadia Togni, editori. Monasteri Benedettini in Umbria: Alle Radici del Paesaggio Umbro. Regione Umbria / Centro Storico Benedettino Italiano, 2014. pp. 259-260 - 2
Santo Stefano di Manciano, Trevi. Frammenti di storia e di leggenda, a cura di Franco Spellani, 2005, http://www.luoghimisteriosi.it/umbria/trevi-sstefano.html visitano nel mese di novembre 2025.
Guarino Francesco, Melelli, ALberto, Abbazie benedettine in Umbria, fotografie di Bernardino Sperandio, Perugia, Quattroemme, 2008, pp. 170-171.
Casagrande, Giovanna, Monaci e Ordini Mendicanti nell'Umbria del secolo XIII, in L'Umbria nel XlII secolo, a cura di Enrico Menestò, Spoleto, CISAM, 2011 (Uomini e mondi medievali, 30), p. 49.